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martedì 26 ottobre 2010

Facebook vende i gusti sessuali della gente


Facebook vende i gusti sessuali della gente

26/10/2010
Quando la privacy viene violata dalle autorità, tutti (giustamente) si scagliano contro lo Stato. Ma quando siamo noi stessi a offrire su un piatto d’argento informazioni personali e delicate ai social network, la privacy non conta più. Ormai siamo al “cliccco, quindi sono”.
Uno studio realizzato dalla Microsoft e dal Max Planck Institute su Facebook rivela che il portale a cui mezzo mondo ha svenduto il cervello, registra le inclinazioni sessuali degli utenti, anche quando non dichiarate esplicitamente, e le vende agli inserzionisti. Il Wall Street Journal, a proposito del noto social network , ha parlato di “privacy colabrodo”.
Che nessuno si scandalizzi e faccia la vergine innocente. Perché tutti sanno, anche se fingono di non sapere, che Facebook non è un’opera pia e utilizza tutti, ma proprio tutti, i dati personali degli utenti. A scopo commerciale. In un certo senso, fa pure bene. Perché trova chi ci sta.
Del resto, nessuno è obbligato a pubblicare online tutto su di sé, le proprie inclinazioni, i propri gusti e desideri, no? Ma la smania di avere migliaia di “amici” da esibire, il pallino di mostrare a tutto il mondo le foto delle ultime vacanze, il desiderio smodato di comunicare l’umore del giorno, dove siamo diretti, cosa abbiamo fatto oggi, cosa faremo domani, le opinioni e i punti di vista su tutto e su tutti, la voglia di essere in contatto con pseudo amici che se la danno a gambe non appena spuntano i contatti umani reali, tutte queste belle cose fanno dimenticare che siamo esseri umani, non prolungamenti dei pc.
Com’è noto, su Facebook ci si iscrive inserendo una serie di informazioni che si vogliono private, secretate, non visibili a tutti. Ma per favore…
La denuncia del Wall Street Journal riguarda proprio i contenuti che l’utente decide di non diffondere. Secondo il quotidiano americano, le informazioni riservate di chi accede a un’applicazione ludica “vengono rese disponibili, ovviamente a pagamento, ad agenzie pubblicitarie che, così, possono inondarci di réclame”. E lo studio del Microsoft-Max Planck ha dimostrato che l’accusa non solo è vera, ma pure che i ricercatori hanno inserito una serie di profili fasulli, con dati personali mirati, proprio per scoprire a quali messaggi pubblicitari sarebbero stati associati.
Alcuni corrispondevano a omosessuali dichiarati, impostando però i settaggi affinché l’informazione non risultasse pubblica. Immancabilmente hanno cominciato ad arrivare “spot” che avevano affinità con le loro inclinazioni sessuali: locali per incontri gay, luoghi di ritrovo, riviste per gay o lesbiche.
Ognuno faccia poi quel che crede, ci mancherebbe. Ma evitiamo di frignare quando i solerti funzionari dello Stato ficcano il naso negli affari dei cittadini. Almeno quelli, in teoria, lo fanno per motivi di ordine ideale. Non per vendere la personalità della gente come se fossimo al mercato delle vacche.mattinonline

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