Il Consiglio Nazionale ha deciso: da ora in avanti il 20%
dell’ammontare finanziario PA 2014-2017 sarà progressivamente destinato per
prestazioni al paesaggio, inoltre il sostegno all’allevamento di bestiame sarà
sulla base delle superfici coltivate e non più sul numero di capi di bestiame.
Prossimamente toccherà pure al Consiglio degli Stati pronunciarsi sull’oggetto
ma difficilmente vi saranno sostanziali modifiche. Questi in sintesi sono i grandi cambiamenti
della politica agricola federale. Altre misure minori assai favorevoli
all’agricoltura sono state prese.
Il concetto chiaramente ora si è spostato da livello
produttivo a estensivo con un accento ancora più marcato alla gestione del
territorio.
Con questi epocali cambiamenti, da un lato si auspica di
arginare il surplus di latte, dall’altro si va incontro a quelle che sono le
richieste dell’economia e dell’ecologia.
Economia ed ecologia che spesso e volentieri, quando il fine
lo richiede, vanno a braccetto. Non è mia intenzione essere offensivo, ma chi
segue un po’ da vicino la politica agricola federale degli ultimi anni converrà che le cose così ora vanno alle
Camere Federali.
Dall’ anno 1990 l’agricoltura svizzera si impegna a far più
ecologia con le prime aziende impegnate nella
produzione integrata (aziende bio già esistevano). Ventidue anni dopo
praticamente tutte le azienda agricole sono a conduzione integrata o bio.
Conduzione che richiede la rotazione delle coltivazioni, il bilancio dei
fertilizzanti e un minimo del 7% della superficie agricola utile messa in
compensazione ecologica.
Sono 22 anni che la nostra azienda agricola famigliare è
gestita conformemente alle direttive della produzione integrata.
Oggi con il nuovo indirizzo politico mi trovo in difficoltà
come credo una buona maggioranza dei miei colleghi. Il cambiamento non è di poco
conto. Sarà la secolare cultura contadina tramandata di padre in figlio, sarà
semplicemente una questione di etica professionale. Sta di fatto che facciamo
fatica a farla nostra.
È praticamente scontato l’effetto che una delle due misure
avrà sulla tenuta degli animali.
Beh, diminuirà la tenuta di bestiame! Ma il bestiame
macellato in più che effetto produrrà?
Ahimè, tutto lascia presagire che sarà il turno del surplus
della carne con la discesa vertiginosa del prezzo pagato al produttore.
Vivamente non auguro questo scenario confidando sul fatto che l’interprofessione
della carne riuscirà a gestire al meglio il momento sfavorevole. Il nuovo
orientamento certamente aprirà la caccia all’accaparrarsi di maggiori superfici
agricole (pascoli alpini saranno ora i prediletti) con i gestori aziendali
maggiormente portati a sgomitare tra di
loro.
Inoltre cosa ne sarà gli investimenti finora fatti con denaro
pubblico e privato; iniettato in miglioramenti della genetica animale, nella
costruzioni di capienti stalle e all’acquisto d’attrezzature varie. Fino
all’altro ieri quasi alla noia la politica agricola federale ci spronava ed
essere imprenditori.
Un vecchio contadino un giorno mi disse: paghino il giusto
prezzo dei nostri prodotti e dei “sussidi” ne facciamo volentieri a meno!
Deleterio è stato l’abolizione totale dei contingenti, da
quel momento l’economia lattiera è stata letteralmente sommersa di latte e più
nessuno a tutt’oggi ha trovato la chiave di volta al problema.
Parafrasando: un gioco grande o piccolo che sia necessità di
buone regole, regole che vanno rispettate altrimenti non funziona. Più si fa
grande e più si fa difficile!
La Grande Europa ne è un tangibile esempio: la sua
istituzione ha portato molti più problemi di quelli che ha risolto e oggi
nessuno, nemmeno le più alte menti pensanti della politica internazionale sanno
cosa fare, peggio ancora, dove si andrà a parare!
Per chi mi conosce non è mistero che sono assai sensibile alle sofferenze dei popoli vicini e
lontani. Un esempio su molti, il campo
profughi più grande del mondo a Dadaab in Somalia, dove quasi mezzo milione di
persone vive nell’indigenza estrema!
Oppure la mina vagante della crisi alimentare planetaria di
cui nessuno esattamente conosce il tempo della sua nefasta esplosione
(drammaticità), con gli speculatori finanziari che sempre più vi aleggiano e
lucrano indecentemente.
Infatti l’Organizzazione delle Nazioni Unite per
l’alimentazione e l’agricoltura lancia
in continuazione moniti affinché nei prossimi decenni la produzione alimentare
raddoppi.
Quanta buona terra fertili e pianeggianti è stata
cementificata e quanta lo sarà ancora!
Presto saremo 9 miliardi d’individui a calcare il pianeta
Terra (Svizzera 9 milioni).
C’è chi sostiene che il consumo di carne procapite vada
diminuito: in altre parole i popoli privilegiati ne mangino di meno (pare faccia
pure bene alla salute) e quelli che non sanno cosa sia se ne astengano dal
farlo.
Detto tutto questo nessun operatore del mondo contadino
svizzero misconosce la bontà e il costo dell’agricoltura svizzera (13.8 miliardi
di aiuti in quattro anni) ma credo che un tipo di politica più avveduta, con
regole chiare da rispettare, contingentata dove è necessario (non sto guardando
al passato), probabilmente meno costerebbe alle casse pubbliche.
Ora, siamo sicuri che la via della più biodiversità e meno
produzione alimentare sia quella giusta?
E se questo tipo di agricoltura “moderna e rispettosa
dell’ambiente” così definita da molti, facesse incrementare a dismisura
l’importazione di beni alimentari, ora attestata attorno al 45%!
Che deduzioni ne dovrebbe trarre il nostro caro bel paese?
Avrebbe forse un serio problema etico!
Roberto Aerni
Presidente Unione Contadini Ticinesi
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