I tuttologi del microfono: quando il giornalismo italiano confonde l’opinione con l’onniscienza
C’è una figura che popola talk show, radio e prime serate con una puntualità svizzera: il giornalista tuttologo. Lo riconosci subito. È esperto di geopolitica al mattino, virologo all’ora di pranzo, economista nel pomeriggio e costituzionalista in prima serata. Non importa il tema: lui c’è, sicuro di sé, pronto a spiegarti il mondo in tre minuti netti, possibilmente interrompendo qualcuno.
Il problema non è l’opinione — sacrosanta in una democrazia — ma l’illusione dell’onniscienza. Il tuttologismo mediatico ha trasformato l’approfondimento in un varietà dell’opinabile, dove la competenza è un optional e la velocità è l’unico criterio. L’importante non è capire, ma dire qualcosa, meglio se perentoria, meglio se polarizzante. Così l’analisi cede il passo al commento, e il commento alla sentenza.
C’è poi l’ecosistema che alimenta il fenomeno. I talk show premiano chi alza la voce, non chi porta dati. Le redazioni cercano volti riconoscibili più che specialisti silenziosi. I social amplificano la sicurezza ostentata, non il dubbio onesto. In questo circo, il giornalista tuttologo diventa una scorciatoia produttiva: costa poco, riempie palinsesti, fa audience. Ma impoverisce il dibattito.
Il risultato? Un pubblico confuso, un lessico semplificato fino alla caricatura, una fiducia erosa. Quando tutto è spiegato da chi “sa tutto”, nulla è davvero capito. Le sfumature spariscono, le contraddizioni diventano colpe, il tempo lungo dell’inchiesta viene schiacciato dal tempo breve della polemica.
Non è una crociata contro i giornalisti — categoria fondamentale e spesso sotto pressione — ma contro una deriva. Servirebbe meno palcoscenico e più laboratorio. Meno tuttologi e più specialisti. Meno sentenze e più domande. Il giornalismo migliore non finge di sapere tutto: ammette ciò che non sa, ascolta chi ne sa di più, verifica, torna sui propri passi.
In un Paese che ama le scorciatoie retoriche, chiedere complessità è impopolare. Ma è l’unico antidoto al tuttologismo. Perché informare non è dominare il discorso: è prendersene cura.
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