Un paesino in una conca che trasuda storia e un sano orgoglio.
da cooperazione
Testo Patrick Mancini Foto Viola Moghini-Barberis
PER GENTILE CONCESSIONE DA LA COOPERAZIONE
Un paesino di pietra, tipicamente ticinese, incastrato nelle montagne italiane del Luinese. Indemini ricorda un po’ il villaggio dei galli, quello di Asterix. Solo che nel minuscolo nucleo gambarognese gli abitanti sono stati ribattezzati tacchini. «Per via del loro caratterere a tratti spigoloso – sospira Fausto Domenighetti, 68 anni, ex sindaco e personaggio simbolo del luogo –. Io però sono un tacchino soft, un bonaccione».
Bocciatura storica
E pensare che tanto tempo fa Indemini sarebbe potuto finire in mani italiane, in cambio di Campione. L’idea venne letteralmente affossata dalla popolazione del posto. «Il confine è a pochi chilometri – sostiene Fausto –, ma qui da sempre c’è l’orgoglio di essere svizzeri. Per un certo periodo, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, abbiamo avuto una collaborazione con Armio, paese che si trova oltre la frontiera. I loro bimbi venivano all’asilo da noi e in questo modo ci permettevano di tenere aperta la scuola dell’infanzia. Poi poco o nulla».
Il richiamo delle radici
All’esterno del Ristorante Indeminese, che Fausto gestisce dal 1981, c’è una pompa di benzina. È del 1974. Un cimelio del passato che dimostra come qui, nella conca a 930 metri di altitudine situata dietro l’alpe di Neggia, il tempo sembra essersi fermato. «Peccato che siamo diventati quasi solo un posto per le vacanze estive. Gli abitanti che stanno qui tutto l’anno sono solo 25. In estate però girano fino a 300 persone». Proprio l’aspetto demografico rappresenta una ferita mai risanata nel cuore di Fausto. «Le elementari le ho fatte qui. Ma all’età di 11 anni mi dovetti spostare a Gordola, da parenti, per seguire quelle che un tempo erano le scuole maggiori. Fu traumatico. A 15 anni mi trasferii poi a Soletta, dove mi formai in ambito amministrativo».
Il richiamo delle radici tuttavia è troppo forte. Fausto a un certo punto tornerà a casa. A Indemini farà dapprima il buralista postale. Per poi iniziare più tardi a guidare i bus. Quelli che dal Piano di Magadino portano a quel lembo di terra dall’altra parte delle montagne. «Pensate che fino al 1918 la strada asfaltata non c’era, la costruì l’esercito. I nostri avi si ammazzavano di fatica nello scavalcare a piedi le cime. Si narra che nel 1913 arrivò qui un medico per visitare le donne del paese. Trovò donne di 35 anni che ne dimostravano 70, erano sfiancate, sfinite. Già solo per questo aspetto sarebbe stato più comodo annettersi al territorio italiano in epoca napoleonica. Invece no. Mai e poi mai. Tacchini fino in fondo».
Il sogno per il futuro
Cresciuto in una famiglia contadina, Fausto oggi fa un po’ di tutto. Ogni tanto guida ancora il bus, anche se l’impresa di trasporti è passata nelle mani del figlio Maurizio. Poi con la moglie Orietta porta avanti il ristorante. «Un giorno lo cederemo. Solo a patto di trovare qualcuno che vi dedichi anima e corpo. È un posto troppo importante per la vita sociale di Indemini. Uno dei pochissimi rimasti. Per il resto ci aggrappiamo alle sagre. Quella della chiesetta di Sant’Anna, a fine luglio. E quella del nostro patrono, San Bartolomeo, il 23 agosto. Lì ci si trova ancora in diversi. Ma sono ricorrenze destinate a sparire se non si investe. Quest’anno, tra l’altro, sono entrambe saltate. A fine 2024 abbiamo creato la “Fondazione Monti di Sciaga e Indemini”, di cui sono presidente. Stiamo cercando una giovane coppia pronta a stabilirsi a Indemini per vivere di agricoltura e valorizzare le nostre particolarità. La sosterremmo, la aiuteremmo ad avviare l’attività. Di candidature ne arrivano, ma in tanti restano bloccati dalla geografia. Raggiungerci non è evidente».
Il rogo
E lo dice uno che di Indemini è stato, appunto, sindaco. Dal 1986 al 2010. «Ai tempi avevamo un problema con la telefonia. Mancavano le antenne svizzere e avevano la meglio quelle italiane. Arrivavano delle bollette da paura. Gabole di confine anche queste. Adesso la Swisscom ha messo a posto le cose. Da quel punto di vista siamo coperti, dai!». Nel frattempo è arrivata l’aggregazione. «Oggi politicamente facciamo parte del Comune di Gambarogno. Sono orgoglioso di avere consegnato alla nuova entità un paese senza debiti, con le canalizzazioni e le fognature in ordine, e con un ostello che funziona. Ma c’è poco da fare: restiamo dietro la montagna, nella conca». Quella conca di cui a inizio 2022 si parlò in tutta la Svizzera e non solo. Quando un gigantesco incendio avvolse per giorni la zona di Indemini. «Ho ancora il magone a pensarci. Lì ho temuto davvero che finisse tutto. La prima notte dormii in macchina, sull’alpe di Neggia, con mia moglie e il cane. Volevo vegliare dall’alto sul mio paese. Non volevo rassegnarmi. In quei giorni ricevetti centinaia di messaggi di solidarietà, anche da personalità importanti. Oggi le cicatrici di quel rogo sono ancora ben visibili. Ma noi siamo ancora qui. Perché noi tacchini non molliamo proprio mai»

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