martedì 11 aprile 2017

Appalti solo a chi esercita in Svizzera



Il Gran Consiglio ticinese ha approvato la modifica della Legge sulle commesse cantonali e comunali. Vietati anche i sub-appalti. In ballo un giro d’affari di 1 miliardo l’anno.
Dare alle sole aziende con sede in Svizzera la possibilità di aggiudicarsi gli appalti pubblici cantonali e comunali. È questo, in estrema sintesi, l’obiettivo forse più importante della nuova legge sulle commesse pubbliche (LCPubb), approvata ieri dal Gran Consiglio ticinese. GDP

Una norma giunta sui banchi dei deputati dopo due anni di lavori commissionali, passati  «a mediare tra interessi opposti – ha rilevato la relatrice del rapporto della Legislazione, Natalia Ferrara (PLR) – tra chi avrebbe voluto più controlli, i Comuni, e le associazioni di categoria, desiderose invece di avere meno burocrazia e più trasparenza». Ma anche una legge che «rappresenta un passo coraggioso – ha riferito il consigliere di Stato, Claudio Zali, direttore del Dipartimento, quello del Territorio, che ha preparato il messaggio governativo – per dare un segnale forte a un’economia in affanno e contrastare tutti quegli operatori italiani che propongono prezzi stracciati».Il “mercato” delle commesse pubbliche cantonali e comunali, è stato sottolineato più volte nel corso del dibattito, è di 1 miliardo di franchi ogni anno ed estendendo, così come proposto dalla Legislazione, l’applicazione della legge anche a quegli enti privati sussidiati che svolgono prestazioni di interesse pubblico, come le case anziani o le aziende di trasporto pubblico o di distribuzione di energia, «l’indotto sarà anche maggiore».
Una seconda novità introdotta dalla Legislazione rispetto al messaggio governativo, ha evidenziato Ferrara, è il criterio della responsabilità sociale dell’azienda tra i criteri di aggiudicazione. Un criterio questo ultimo che Michela Delcò Petralli dei Verdi si è augurata possa essere implementato come dovrebbe anche dai Comuni, che, in sede di consultazione della norma, si erano detti dubbiosi. «Una riforma di questo genere – ha evidenziato dal canto suo Graziano Crugnola, per il PLR – non deve essere interpretata perfetta da ogni punto di vista. Nel corso dell’attuazione dovrà essere monitorata e, se del caso, ottimizzata». Sulla stessa lunghezza d’onda si è espressa Nadia Ghisolfi, portando l’adesione del PPD. «Oggi dobbiamo votare questa legge, poi abbiamo tutto il tempo di modificare, tenendo d’occhio quanto si farà a livello federale, dove si sta per modificare la legge sugli appalti pubblici». Quello che votiamo oggi, ha rimarcato per la Lega dei ticinesi Amanda Rückert, «è un importante tassello per tutelare il mercato ticinese, anche se non verrà eliminato l’arrivo dei padroncini, che saranno ancora chiamati dai privati». Ecco perché, secondo Rückert, il passo successivo è quello di «far passare il concetto di Prima i nostri” anche a livello di società ticinese».  
Dopo le dichiarazione di voto dei gruppi, il dibattito si è spostato sugli emendamenti alla legge per lo più tesi a stringere o allargare i criteri di aggiudicazione.

1 commento:

Anonimo ha detto...

È un'anatra zoppa.
Se si vogliono salvaguardare i posti di lavoro per i residenti, vi deve entrare anche un parametro che tenga conto di quanti collaboratori indigeni dispone l'azienda.
Troppo facile aggirarla: c'è il rischio che i soliti furbi agiscano come le agenzie di collocamento: sono svizzere e anche ticinesi, ma fanno capo solo a manod'opera frontaliera.